"In queste ultime ore girano sui social molti video amatoriali, in cui si vedono violenze della polizia colombiana e duri scontri tra forze dell’ordine e manifestanti. La città di Cali e' il cuore della rivolta e la situazione risulta assai preoccupante e grave, in quanto telefoni e ogni via di comunicazione di questa grande città colombiana risultano interrotte e sembra che in questa città siano inviate nutrite truppe dell'esercito e della polizia nazionale. Ma e' tutta la Colombia che risulta sconvolta da scontri feroci e sanguinosi tra polizia e oppositori. Anche altre città importanti come Medellin e la stessa capitale Bogota' sono teatro di scontri. Non solo le principali città del paese, ma anche centri minori e villaggi registrano incidenti. Si percepisce che siamo di fronte ad una sorta di guerra civile, dove ormai non si riesce più a tenere il conto dei feriti e dei morti, il cui numero e’ fermo a 21, come comunicato da mass media e giornali colombiani, Lunedi 3 maggio 2021.
In piena crisi sanitaria, dovuta alla pandemia Covid, che sta colpendo duramente la Colombia, nelle ultime settimane, gestita assai male dal governo di Duque, la Colombia sta lentamente scivolando verso la guerra civile, che non ha precedenti negli ultimi 40 anni di storia del paese. Le opposizioni e la maggior parte dei media mettono sotto accusa la polizia nazionale, colpevole di violenze ingiustificate contro le centinaia di migliaia di giovani e cittadini scesi in piazza a protestare contro una iniqua riforma fiscale e contro il dilagare della disoccupazione, dovuta in gran parte al Covid.
Circolo Culturale Proletario di Genova".
Rabbia e sangue in Colombia. E Duque cede
Claudia Fanti, 04.05.2021, “Il Manifesto”
7 milioni di persone hanno manifestato in tutto il Paese. 21 morti in sei giorni di proteste per la repressione dell’Esmad. Alla fine il presidente è costretto a rinunciare alla riforma tributaria
Un anno e mezzo dopo la possente mobilitazione contro il governo di Iván Duque, la più grande registrata in Colombia in molti decenni, le forze popolari sono scese di nuovo in strada, per sei giorni di seguito, con la stessa rabbia e la stessa determinazione di allora. Neppure il Covid è bastato stavolta a fermare la protesta, scatenata dal varo della riforma tributaria da parte del governo, benché il paese si trovi nel pieno della terza ondata di contagi.
«SE IL
POPOLO MARCIA durante la pandemia è perché il governo è più pericoloso
del virus», è stato non a caso uno degli slogan ripetuti dai 7 milioni di
persone che hanno manifestato in circa 600 municipi: lavoratori, studenti,
contadini, indigeni, afrocolombiani.
E nulla ha potuto nemmeno la violenta repressione da parte del famigerato
Esmad, lo Squadrone mobile antisommossa della polizia, malgrado il bilancio
pesantissimo di 21 morti – di cui 10 a Cali, diventata l’epicentro delle
proteste -, 208 feriti, 10 casi di violenza sessuale, 503 arresti e 18 lesioni
oculari, stando ai dati dell’organizzazione Defender la libertad.
ALLA FINE, PERÒ, L’OBIETTIVO della mobilitazione – impedire l’entrata in vigore della riforma tributaria – è stato raggiunto: «Sto chiedendo al Congresso di ritirare la legge proposta dal ministero dell’Economia ed elaborarne urgentemente una nuova che sia frutto di un consenso, al fine di evitare incertezze finanziarie», ha dichiarato domenica il presidente, senza fare un solo cenno alle proteste e assicurando che il suo scopo era stato solo quello di garantire la stabilità fiscale, portare avanti i programmi sociali e porre le condizioni per una ripresa economica di fronte ai pesanti effetti della pandemia.
Uno scopo che il suo governo pensava di raggiungere attraverso l’imposizione dell’Iva al 19% su beni e servizi (compresi prodotti alimentari e benzina), la crescita delle imposte su salari e pensioni delle classi medie, il congelamento per cinque anni dei salari degli impiegati pubblici e persino una tassa sulle sepolture. «La riforma pretende sottrarre alle classi medie, ai lavoratori, ai pensionati e ai settori popolari circa 27 miliardi di pesos», aveva denunciato il Comité nacional del paro (un “comitato dello sciopero” in cui sono presenti le principali organizzazioni popolari) già protagonista delle proteste del 2019.
E TANTO PIÙ INACCETTABILE era apparsa la riforma di fronte ai massicci finanziamenti destinati dal governo a grandi imprenditori privati, a cominciare dal banchiere Sarmiento Angulo, uno dei principali finanziatori della campagna presidenziale di Duque. Senza contare che la Colombia, secondo un rapporto divulgato dal Sipri (Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma), figura al primo posto al mondo per spese militari durante la pandemia, in un contesto caratterizzato da una disoccupazione superiore al 16%, un tasso di povertà salito al 42,5%, una diffusa insicurezza, l’assassinio sistematico dei dirigenti sociali e la crescente penetrazione delle grandi imprese nei territori indigeni e afrodiscendenti.
ED È PROPRIO LA GRAVITÀ di tale quadro a indurre il Comité del Paro a proseguire la mobilitazione, convocando una nuova giornata di protesta per il 5 maggio. Tra le principali rivendicazioni, la smilitarizzazione delle città, il ritiro del progetto di riforma della Salute – il cui obiettivo essenziale è accentuare la privatizzazione del sistema sanitario -, il rafforzamento della campagna di vaccinazione, la creazione di un reddito di cittadinanza, il sostegno alle piccole imprese e lo stop alle fumigazioni con il glifosato.